LATA
Laboratorio Analisi e Tecnologie Ambientali
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La rendicontazione della sostenibilità sta attraversando una trasformazione profonda. Quello che fino a pochi anni fa era un esercizio volontario riservato alle grandi corporation quotate sta diventando progressivamente un requisito normativo che coinvolge un numero crescente di imprese europee. La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), entrata in vigore nel 2023 e recepita in Italia con il D.Lgs. 125/2024, rappresenta il pilastro di questo nuovo framework regolatorio.
Per molte piccole e medie imprese italiane, la domanda non è più "se" ma "quando" dovranno confrontarsi con questi obblighi. E soprattutto: come prepararsi per trasformare un adempimento normativo in un'opportunità competitiva concreta. Questo articolo fornisce una guida strategica per comprendere le nuove regole, le tempistiche aggiornate dopo le recenti proroghe del 2025, e soprattutto per capire perché anche le aziende non direttamente obbligate dovrebbero iniziare oggi un percorso di preparazione.
ESG è l'acronimo di Environmental, Social e Governance, tre dimensioni che definiscono la sostenibilità di un'impresa:
La Corporate Sustainability Reporting Directive (Direttiva UE 2022/2464) sostituisce la precedente NFRD (Non-Financial Reporting Directive) ampliando significativamente il perimetro delle imprese obbligate. Mentre la NFRD coinvolgeva circa 11.000 aziende europee, la CSRD estenderà progressivamente l'obbligo a circa 50.000 imprese.
La direttiva introduce tre innovazioni fondamentali:
Il calendario di applicazione della CSRD ha subito modifiche significative con la Direttiva UE 2025/794, approvata nell'aprile 2025 nell'ambito del pacchetto di semplificazione "Omnibus I". L'Italia ha recepito queste modifiche con la Legge 118/2025 dell'agosto 2025.
Riguarda le grandi imprese che sono enti di interesse pubblico (società quotate, banche, assicurazioni) con più di 500 dipendenti. Queste aziende hanno già pubblicato nel 2025 il primo bilancio di sostenibilità riferito all'esercizio 2024. Per questo gruppo la proroga non si applica.
Le grandi imprese non enti di interesse pubblico e le società madri di grandi gruppi dovranno pubblicare il bilancio di sostenibilità per gli esercizi che iniziano dal 1° gennaio 2027, con pubblicazione nel 2028. La proroga di due anni rispetto alla scadenza originale (2025) offre più tempo per organizzare i processi di raccolta dati e reporting.
Rientrano in questa categoria le imprese che superano almeno due dei tre criteri seguenti:
Le PMI quotate (escluse le microimprese) dovranno rendicontare per gli esercizi dal 1° gennaio 2028, con prima pubblicazione nel 2029. Le PMI quotate mantengono inoltre la possibilità di posticipare volontariamente l'applicazione fino al 2028, a condizione di motivare tale scelta nella relazione sulla gestione.
È importante sottolineare che le società controllate da una capogruppo che predispone il bilancio di sostenibilità consolidato possono essere esentate dall'obbligo di rendicontazione individuale, a determinate condizioni. Tuttavia, devono comunque fornire le informazioni necessarie alla capogruppo e indicare nella propria relazione sulla gestione dove reperire il bilancio consolidato.
Questo è probabilmente il punto più rilevante per le PMI italiane: anche le imprese non direttamente soggette agli obblighi CSRD stanno già sperimentando pressioni concrete verso la rendicontazione ESG. Il fenomeno ha due driver principali.
Le grandi imprese obbligate alla CSRD devono rendicontare informazioni relative all'intera catena del valore, includendo fornitori e clienti. L'articolo 1 della direttiva richiede esplicitamente di descrivere "le principali caratteristiche della catena del valore dell'impresa". Questo significa che anche una PMI non obbligata, se fornisce prodotti o servizi a una grande azienda soggetta a CSRD, riceverà richieste di dati e informazioni ESG.
Nella pratica, questo si traduce in:
Per rispondere adeguatamente a queste richieste, molte PMI stanno scoprendo la necessità di strutturare sistemi di monitoraggio e raccolta dati che prima non esistevano. Investire in analisi ambientali preventive e in processi di certificazione può fare la differenza tra essere scelti come fornitori o essere esclusi dalle supply chain delle grandi aziende.
Il secondo fattore di pressione arriva dal mondo del credito. Le banche europee sono infatti chiamate a integrare i rischi ESG nelle loro valutazioni creditizie, sia per disposizioni dell'European Banking Authority (EBA) sia per il nuovo Banking Book Taxonomy Alignment Ratio (BTAR) che entrerà in vigore nel 2025.
Il Ministero dell'Economia e delle Finanze, attraverso il Tavolo per la Finanza Sostenibile, ha pubblicato nel dicembre 2024 il documento "Il Dialogo di Sostenibilità tra PMI e Banche", che identifica 45 indicatori ESG che le banche utilizzano per valutare il merito creditizio. Questi indicatori coprono aspetti ambientali (consumi energetici, emissioni, gestione rifiuti), sociali (sicurezza, formazione, inclusione) e di governance (trasparenza, compliance, gestione rischi).
I dati parlano chiaro: secondo l'ESG Outlook di CRIF, le PMI con punteggi ESG elevati registrano un tasso di approvazione dei prestiti superiore dell'11% rispetto alla media. Al contrario, un punteggio basso può comportare una penalizzazione fino al 6% nella valutazione di accesso ai finanziamenti.
Questo significa che una PMI che oggi investe in audit ambientali, in sistemi di monitoraggio delle emissioni, o in certificazioni di sostenibilità come LEED, BREEAM o WELL per i propri edifici, non sta solo adempiendo a possibili richieste future, ma sta costruendo un profilo creditizio più solido che si traduce in spread più bassi e migliori condizioni di finanziamento.

La sostenibilità non è solo un tema di compliance, ma rappresenta sempre più un fattore di competitività. I dati della quarta edizione del Generali SME EnterPRIZE White Paper, realizzato dal Sustainability Lab di SDA Bocconi, mostrano che il 67% delle PMI europee che adottano pratiche ESG segnalano un vantaggio competitivo diretto.
Le imprese con un profilo ESG strutturato hanno accesso preferenziale a:
L'83% delle imprese più avanzate in ambito ESG registra un impatto ambientale positivo, ma i benefici sono anche economici: il 63% riporta miglioramenti nelle condizioni di credito e il 61% nelle condizioni assicurative. La sottoscrizione di polizze catastrofali naturali (cat nat), ad esempio, sta diventando un fattore che migliora il credit scoring delle imprese, riducendo il rischio percepito dalle banche.
Far parte di filiere certificate e rispettare standard ESG è considerato cruciale dal 74% delle aziende intervistate nelle ricerche di settore. Per circa un'azienda su tre, appartenere a un ecosistema sensibile alla sostenibilità permette di aumentare le quote di mercato. Il 55% delle PMI dichiara già di far parte di una filiera regolamentata da specifici protocolli e certificazioni di qualità.
Secondo la ricerca BDO del 2025, il 91% delle imprese che hanno implementato strategie ESG prevede una crescita dei ricavi nel 2025, a dimostrazione che l'investimento in sostenibilità produce risultati tangibili.
Avviare un percorso di preparazione agli standard ESG non richiede necessariamente investimenti ingenti, ma richiede metodo e gradualità. Ecco un approccio strutturato in quattro fasi.
Il punto di partenza è capire dove si trova oggi l'azienda rispetto ai criteri ESG. Questo richiede:
Autovalutazione ESG
Analisi di materialità preliminare
In questa fase può essere utile condurre un audit ambientale preliminare per avere un quadro chiaro dello stato attuale e identificare eventuali aree di non conformità normativa.
Una volta completata la mappatura, occorre implementare sistemi di raccolta dati continuativa sui tre pilastri ESG:
Ambito Environmental (E)
Ambito Social (S)
Ambito Governance (G)
Con i dati in mano, è possibile costruire un piano di miglioramento progressivo:
Fissare obiettivi misurabili
Prioritizzare gli interventi
Definire la timeline
L'ultimo tassello è rendere il processo continuativo:
Sistemi di monitoraggio
Comunicazione

Nell'approccio alla sostenibilità, alcune trappole sono frequenti:
"Aspettiamo che diventi obbligatorio per noi" Quando l'obbligo arriverà, chi non si è preparato si troverà in difficoltà. Inoltre, le richieste dalla supply chain e dalle banche stanno già arrivando, indipendentemente dagli obblighi normativi diretti.
"Costa troppo per una PMI" Gli investimenti in ESG si ripagano attraverso migliori condizioni di credito, accesso a incentivi e nuove opportunità di business. Inoltre, molti dati necessari sono già disponibili in azienda o derivano da adempimenti normativi esistenti (sicurezza, ambiente).
"Non ci riguarda, siamo troppo piccoli" Se fate parte della supply chain di grandi aziende, vi riguarda. Se avete rapporti con banche, vi riguarda. Se partecipate a bandi pubblici, vi riguarda sempre più.
Affidarsi a modelli generici Ogni settore e ogni azienda ha specificità che devono essere colte. I modelli standardizzati vanno adattati al contesto specifico dell'impresa.
Non coinvolgere l'organizzazione La sostenibilità non può essere delegata a un solo ufficio. Richiede un cambio culturale che coinvolge produzione, acquisti, risorse umane, amministrazione.
Prepararsi oggi per competere domani
La transizione verso la rendicontazione di sostenibilità è in corso e coinvolgerà progressivamente tutto il tessuto produttivo europeo. Le proroghe del 2025 hanno offerto più tempo alle imprese per prepararsi, ma non hanno cambiato la direzione di marcia.
Per le PMI italiane, questo rappresenta sia una sfida che un'opportunità. Chi inizia oggi a strutturare processi di raccolta dati, a migliorare le proprie performance ambientali e sociali, e a costruire un dialogo trasparente con banche e clienti su questi temi, si troverà in una posizione di vantaggio competitivo nei prossimi anni.
Non si tratta solo di adempiere a future normative, ma di costruire un'azienda più resiliente, più efficiente e più attrattiva per investitori, clienti e talenti. La sostenibilità non è un costo da sostenere, ma un asset strategico da sviluppare.
LATA, con la sua esperienza quarantennale nelle analisi ambientali e nella consulenza per la sicurezza sul lavoro, può supportare le imprese in questo percorso, fornendo sia le misurazioni tecniche necessarie (analisi emissioni, caratterizzazione rifiuti, monitoraggio qualità dell'aria, valutazioni dei rischi) sia la consulenza per interpretare e utilizzare questi dati in chiave strategica.
Per approfondire come la vostra azienda può prepararsi agli standard ESG e CSRD, i nostri tecnici specializzati sono a disposizione.
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